Clima, biodiversità e terre. Cicli virtuosi per l’agenda

originariamente pubblicato su agienergia.it

di Grammenos Mastrojeni (DGCS Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale)

 

Terra e Biodiversità
L’energia sarà al centro della prossima CoP 21 sul clima, a Parigi. Sostituire le fonti fossili con rinnovabili, aumentare l’efficienza nella produzione e negli usi dell’energia, diminuire i sussidi ai combustibili tradizionali, sono questioni cruciali. Ma potrà il solo settore energetico sobbarcarsi tutta l’enorme sfida del riscaldamento globale?
Non è né saggio né necessario addossare a un unico comparto l’intero peso della trasformazione. Invece, la somma di crescenti ma moderati risparmi di emissioni conseguibili in ogni settore che produce gas serra ci porta su un cammino più sicuro, che non crea shock a un unico settore responsabilizzato, e non impone rivoluzioni traumatiche a nessuna filiera. Fra i possibili percorsi paralleli per ridurre le emissioni, una buona gestione delle terre e il recupero dei suoli degradati appaiono straordinariamente promettenti.
Allo stato attuale, gli impegni volontari di riduzione delle emissioni assunti dagli Stati non sembrano sufficienti a evitare di oltrepassare la soglia di un aumento medio globale della temperatura non superiore a 2 gradi centigradi: e si tratta di una soglia cruciale, poiché al di là si scatenerebbero con forza dei cicli cumulativi, insiti al sistema biofisico terrestre, che porteranno in tempi molto brevi a un riscaldamento planetario drammatico, compreso fra i 4 e i 6 gradi. Ad esempio, oltre i 2 gradi prenderebbe velocità il ciclo dello scioglimento del Permafrost che libera metano, un gas che ha un potenziale di intrappolare calore fino a 25 volte superiore rispetto all’anidride carbonica. Questo ciclo cumulativo – più si scalda l’aria, più si scioglie il permafrost, più si libera metano, più si riscalda l’aria e via dicendo – potrebbe da solo far aumentare la temperatura fino a 8 gradi nella regione artica, e di 3,5 gradi come media globale entro pochi decenni: uno scenario che sconvolgerebbe l’ecosistema e destabilizzerebbe le società.Il divario fra la riduzione delle emissioni necessaria per non oltrepassare la soglia dei 2 gradi e le riduzioni a cui finora gli Stati si sono impegnati si chiama, in gergo, “emission gap”. Allo stato attuale è un gap preoccupante: le emissioni previste per il 2030 sono di circa 60 giga-tonnellate equivalenti di CO2, che dovremmo ridurre a 42 giga-tonnellate per non scavalcare i 2 gradi, mentre gli impegni volontari finora annunciati dai vari paesi lasciano presagire che diminuiranno di sole 5 giga-tonnellate. Resta quindi da definire come tagliare le emissioni di circa 13 giga-tonnellate, e tutti i settori produttivi dovranno concorrere a colmare questo minaccioso divario.
Un elemento chiave dell’equazione sono le terre: uno sfruttamento dei suoli non sempre oculato li porta a rappresentare una causa rilevante di emissioni – circa il 25% del totale – e ciò è paradossale poiché terreni vitali dovrebbero invece rappresentare il meccanismo più naturale di assorbimento del carbonio dall’atmosfera. Questa loro funzione primordiale può tuttavia essere riattivata su vasta scala, con un rapporto costi-benefici sorprendentemente favorevole, e con dei vantaggi collaterali straordinari. Di questo si è accorta la comunità internazionale che ha incorporato l’obbiettivo di azzerare il degrado delle terre nella nuova agenda per lo sviluppo valida fino al 2030.
Una strategia di lotta al cambiamento climatico basata anche sulle terre ha due volti: in prima battuta, si tratta di impedire che ne prosegua il degrado, che le trasforma da pozzo di carbonio a fonte di emissioni. Ma si possono fin da subito anche recuperare le vaste distese di suoli agonizzanti, e riarruolarli nella battaglia del clima.
La terra brulica di vita. Se si sterilizza un suolo, o se ne muta l’equilibrio biochimico, esso degenera o letteralmente muore portandosi dietro il proprio contributo all’ecosistema, compresa la capacità di immagazzinare carbonio nei diversi strati di vita che un terreno sano ospita. Questa morte totale o parziale può manifestarsi macroscopicamente in varie maniere, dalla desertificazione alla salinizzazione, dall’erosione fino alla polverizzazione. Terre morte o moribonde non producono, né per noi né per l’ecosistema, ma non si tratta solo della perdita di terreni fertili e della loro capacità di assorbire CO2. Il degrado dei suoli li rende generalmente meno solidi e resistenti, portandoli a volare via col vento o a scorrere via con le piogge, a intasare i letti e i delta dei fiumi, e a mostrarsi meno atti a trattenere l’acqua, cosa che ha contribuito alle devastanti alluvioni in rapido aumento in molte aree del pianeta.

E’ da quando il nostro approccio al terreno è divenuto industriale che dove l’uomo tocca la terra tende a ucciderla. Ciò dipende da una miriade di pratiche sbrigative rispetto al fattore vita, diffusesi in agricoltura e pastorizia, edilizia e urbanizzazione, industria e turismo, generazione dell’energia e tanto altro.

Il risultato è stato che negli ultimi 150 anni più della metà delle terre emerse ha subito un’alterazione della sua vitalità spontanea e che i residui morti di tutto ciò – terre che sono divenute per una ragione o per l’altra sterili – crescono costantemente. Il degrado dei suoli già oggi comporta la perdita di circa 12 milioni di ettari all’anno, la superficie della Bulgaria, e incide sulle vite di più di un miliardo e mezzo di persone in 168 paesi, soprattutto in via di sviluppo. In questi ultimi, il degrado delle terre priva le popolazioni rurali di sicurezza alimentare e le sospinge a migrare o, peggio, all’illegalità, al fanatismo, al conflitto e al terrorismo. Nelle regioni più povere, in altri termini, il degrado delle terre crea dei veri e propri hot spot di instabilità globale.Per il vicino futuro, inoltre, le spinte a degradare le terre si presentano in ulteriore e vorticosa accelerazione:  in cifre, dar da mangiare a una popolazione mondiale che si avvia ai nove miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 richiede un aumento della produzione di cibo del 70%, che comporta un ulteriore fabbisogno di energia del 37% e il 55% in più d’acqua consumata.
Se non modifichiamo il nostro rapporto con le terre, ciò significa sfruttare, esaurire e poi abbandonare alla morte i pochi spazi di natura vergine che ci rimangono: questa dinamica deve essere fermata perché crea contemporaneamente emissioni di CO2 ma anche crescente povertà, insicurezza e fragilità sociale.
Si prospetta quindi uno scenario gravido di problemi, ma la buona notizia è che i rimedi ci sono e i benefici sono di portata speculare: le terre già in uso si possono mantenere produttive con pratiche che non le degradano; inoltre, invece di aggredire sempre più ecosistemi intatti per sostenere la crescita, ci sono ampie distese degradate recuperabili a basso costo, cui restituire la capacità di assorbire carbonio assieme a quella di fornire una prospettiva e una speranza alle popolazioni più povere. Ed è infatti presso di esse che i “land based approach” al cambiamento climatico dispiegano i vantaggi maggiori.
Recuperare un ettaro di terreno degradato ha costi molto variabili, dalle poche decine di dollari dei terreni semiaridi e semidegradati nelle condizioni più favorevoli, alle decine di migliaia necessarie per restaurare, ad esempio, i biomi costali complessi. Tuttavia, la maggior parte dei terreni ove si sta materializzando il nesso degrado – instabilità sono recuperabili a un costo non superiore ai 250 U$ all’ettaro e questi suoli sono per lo più localizzati nelle aree di provenienza delle crescenti ondate migratorie che investono l’Europa, specialmente nel Sahel. Il loro recupero li trasforma in pozzi di carbonio la cui efficienza non è minore rispetto a quanto è conseguibile con le energie rinnovabili. Ciò già giustificherebbe l’investimento; ma l’aspetto più straordinario è che il recupero dei terreni mette in moto una serie di sinergie di fondamentale importanza.

Il recupero o la tutela dei terreni – specie se consegnati alla piccola agricoltura familiare – comporta:

  • la creazione di pozzi di carbonio,
  • la tutela della biodiversità,
  • il consolidamento comunitario,
  • la creazione di un surplus agricolo da reinvestire nel manifatturiero,
  • empowerment locale, familiare e femminile,
  • l’ancoraggio alle comunità d’origine e un freno alle spinte migratorie,
  • un freno al land grabbing grazie alla riappropriazione delle terre ridivenute produttive,
  • stili di vita e dimensioni di dignità umana che disinnescano i fanatismi
  • nobilitazione, trasmissione generazionale, e spinta all’ammodernamento dei saperi tradizionali e identitari.

Tutti questi vantaggi non sono solo collaterali rispetto al ripristino di potenti pozzi di carbonio naturali – un inatteso regalo in più – ma valgono anche come ulteriori strumenti per combattere i cambiamenti climatici. Difatti, rivitalizzare le terre consolida le prospettive delle comunità rurali, e di intere nazioni, e le sottrae così alla dinamica distruttiva della povertà, dell’insicurezza e dei conflitti: quella che le renderebbe invece strutturalmente incapaci di occuparsi del loro ambiente o, nei casi peggiori, inclini a distruggerlo ancora di più.  Siamo figli della terra e con essa abbiamo un rapporto molto più che produttivo, quasi di appartenenza reciproca. Ma tutelare e recuperare la vitalità delle terre significa anche mettere a frutto e indirizzare l’energia necessaria per farlo.

L’agricoltura biologica può sfamare il Mondo proteggendo la Terra

action-sn-blog-organic-vs-conventional
Il nuovo studio di Reganold e Watcher dimostra come l’agricoltura biologica meglio bilanci le performance nelle quattro aree della sostenibilità: produzione (arancione), ambiente (blu), economia (rosso) e benessere sociale (verde).
Fonte: Union of Concerned Scientist

Dopo lo studio pubblicato sul numero di febbraio di Nature Plants, non vi potranno più dire che per sfamare 9 miliardi di persone è necessario continuare a rincorrere l’incremento delle rese, pura ossessione dell’agricoltura convenzionale.

In questo studio infatti John P. Reganold e  Jonathan M. Wachter hanno analizzato oltre quarant’anni di ricerche (basta vedere la lunghezza delle fonti per capire la portata del loro lavoro) comparando le prospettive di lungo termine dell’agricoltura biologica e convenzionale.

Centinaia di studi scientifici adesso dimostrano che l’agricoltura biologica può garantire rese sufficienti, essere remunerativa per i contadini, proteggere e migliorare l’ambiente ed essere più sicura per i lavoratori agricoli.

La novità di questo studio è che per la prima volta il confronto tra agricoltura convenzionale e biologica viene fatto sulla base dei quattro obiettivi della sostenibilità individuati dall’Accademia Nazionale delle Scienze: produttività, economia, ambiente e benessere sociale.

La questione delle rese

Gli scettici hanno da sempre sostenuto che l’agricoltura biologica sia inefficiente, avendo bisogno di più terra per garantire lo stesso ammontare di cibo. Ed è vero che l’agricoltura biologica produce rese minori addirittura fino ad un 20% in meno rispetto a quella convenzionale. Ma gli autori dimostrano che i vantaggi ambientali della prima compensano notevolmente le minori rese e che la continua ricerca e selezione di nuove sementi andrà a ridurre la differenza.

Spesso si dimentica inoltre che produciamo già abbastanza cibo per sfamare 7,4 miliardi di persone, il problema è l’accesso al cibo non la sua scarsità.

In alcuni casi infine, le rese biologiche possono essere addirittura maggiori di quelle convenzionali. Nei casi di gravi siccità, che tra l’altro si stima aumenteranno con i cambiamenti climatici in molte aree del mondo, le rese biologiche sono pari se non superiori a quelle convenzionali per la maggiore capacità del suolo trattato biologicamente di trattenere l’acqua.

Quello che la scienza ci dice è che l’agricoltura convenzionale ha sì garantito forniture crescenti di cibo, ma lo ha fatto a spese degli altri obiettivi di sviluppo, causando esternalità negative.

Benefici ambientali

L’agricoltura convenzionale produrrà pure più cibo, ma lo fa a spese dell’ambiente: perdita di biodiversità, degrado ambientale e gravi impatti sui servizi ecosistemici hanno da sempre accompagnato le tecniche convenzionali. Con l’agricoltura biologica, i costi ambientali tendono ad essere inferiore e i benefici maggiori.

Complessivamente, l’agricoltura biologica tende a immagazzinare più carbonio nel suolo,  migliorandone la qualità e riducendone l’erosione. Questo tipo di agricoltura riduce l’inquinamento del suolo e dell’acqua e diminuisce le emissioni di gas serra. Ed è più efficiente a livello energetico perché non si basa su fertilizzanti e pesticidi di sintesi.

L’agricoltura biologica è anche associata con una maggiore biodiversità di piante, animali, insetti e microbi così come diversità genetica. La biodiversità aumenta i servizi che la natura fornisce, come l’impollinazione, e aumenta la capacità del sistema agricolo di adattarsi a condizioni mutevoli.

Redditività

Nonostante rese minori, l’agricoltura biologica è più redditizia per i contadini perché i consumatori sono disposti a pagare di più. Prezzi più alti possono essere giustificati come un modo di compensare i contadini per i servizi ecosistemi offerti e per evitare danni ambientali e il costo di esternalizzazioni negative.

Benessere

Nonostante gli studi per valutare la giustizia sociale e la qualità di vita delle comunità agricole siano pochi, quelli a disposizione suggeriscono che sia l’agricoltura biologica che quella convenzionale presentano spazi di miglioramento. E’ pur vero che l’agricoltura biologica risulta al primo posto nel offrire posti di lavoro e ridurre l’esposizione dei braccianti ai pesticidi e a altri prodotti chimici. Molte certificazioni biologiche hanno anche obiettivi di benessere dei lavoratori agricoli così come del benessere animale.

Oltre il biologico

L’agricoltura biologica è in grado di offrire posti di lavoro, essere redditizia, portare benefici al suolo e all’ambiente e sostenere le interazioni sociali tra i contadini e i consumatori. Ma non sfameremo il mondo con un singolo metodo di agricoltura. Piuttosto quello di cui abbiamo bisogno è un mix di sistemi agricoli biologici e innovativi, come l’agroforestazione, l’agricoltura integrata, l’agricoltura conservativa, sistemi misto di pascolo e  e altri sistemi ancora da scoprire.

Un cambiamento necessario nelle politiche agricole

Con solo l 1% delle terre agricole globali destinato al biologico, l’agricoltura biologica può senz’altro contribuire in modo più rilevante a sfamare il Pianeta. Ma ci sono barriere che rendono difficile questa espansione è che includono politiche esistenti, alti costi delle certificazioni biologiche, mancanza di accesso al mercato del lavoro e della distribuzione, mancanza di infrastrutture per conservare e trasportare il cibo. I governi dovrebbero concentrarsi sulla creazione di politiche che possano aiutare lo sviluppo di sistemi agricoli sostenibili. In particolare le politiche agricole dovrebbero:

  • Offrire incentivi fiscali per i contadini che adottano misure conservative e scientificamente sostenibili, biologiche e pratiche integrate.
  • Espandere una assistenza tecnica che offra ai contadini le migliori informazioni su queste nuove pratiche.
  • Aumentare la ricerca pubblica per migliorare e ampliare l’agricoltura sostenibile moderna.

Per una copia dello studio è possibile inviare una mail a  John Reganold.

Una Italia OGM-free?

Al mercato contadino sabato scorso mi hanno dato un volantino con un titolo che ha attirato subito la mia attenzione “In Italia mangiamo OGM senza nemmeno saperlo!”

L’affermazione mi sembrava molto forte, perché in effetti l’Italia ha scelto, come altri 18 paesi europei, di vietare la coltivazione di sementi O.G.M.. Purtroppo però l’importazione di O.G.M. non è vietata e si stima che l’80% dei mangimi per animali d’allevamento ne contenga.

La mia incredulità è aumentata quando, sul retro del volantino, scopro che i mangimi con soia geneticamente modificata vengono utilizzati anche nella filiera di produzione di Grana Padano e Parmigiano Reggiano.

Ho fatto quindi ricerca e scritto direttamente al Consorzio Parmigiano Reggiano prima su Facebook poi su loro indicazione alla mail qualita@parmigianoreggiano.it.

La loro risposta non si è fatta attendere e mi hanno confermato quanto segue:
Per quanto riguarda l’alimentazione delle vacche da latte, il Regolamento di Alimentazione delle Bovine, che costituisce parte integrante del Disciplinare di Produzione , non contiene alcuna disposizione in merito al divieto di materie prime derivate da organismi geneticamente modificati ( nel caso specifico la soia).Informiamo che la soia OGM è frutto di decine di anni di sperimentazione che non hanno mai fatto registrare sull’uomo alcun tipo di patologia.
Per i nostri prodotti Bio è vietato l’uso di soia OGM.
 
cordiali saluti, Ufficio Qualità Consorzio Parmigiano Reggiano

Sugli OGM ognuno ha la propria posizione, per noi di Resilienza Verde sono uno strumento dell’agricoltura intensiva e monocultura che ha già fatto abbastanza danni al nostro Pianeta e per questo riteniamo sia etico evitarne il consumo anche indiretto.

Un ulteriore buon motivo per scegliere di consumare cibo biologico!

 

Diventare un Climatariano: il migliore proposito per il nuovo anno!

Alcuni giorni fa sul The Huffington Post è apparso un interessante articolo contentente alcuni consigli per diventare dei “mangiatori amici del clima”; anche se la dicitura in italiano non suona proprio bene, questi consigli possono essere applicati anche nella nostra penisola.

Tutti sono rivolti a diminuire la nostra impronta di carbonio a partire dalla nostra dieta e sono riconducibili ad uno solo: diventare Climatariani!

Un climatariano è una persona che mangia con i cambiamenti climatici in mente, evitando quindi quei cibi che contribuiscono al riscaldamento globale. Questo termine è stato inserito dal New York Times nella lista nelle nuove parole attinenti al cibo del 2015 e identifica una dieta il cui obiettivo primario è quello di invertire i cambiamenti climatici.

Questa include:

  • mangiare cibi prodotti localmente e di stagione, per ridurre l’energia utilizzata per i trasporti;
  • ridurre drasticamente il consumo di carne per limitare le emissioni di gas serra dovute agli allevamenti intensivi;
  • se proprio non si vuole rinunciare alla carne, scegliere il maiale, il coniglio e il pollame invece della carne di mucca e agnello per limitare le emissioni di metano, uno dei gas serra più impattanti;
  • usare ogni parte degli ingredienti per ridurre lo spreco di cibo;
  • acquistare alimenti con il minore packaging possibile, per ridurre i rifiuti e diminuire l’energia utilizzata per realizzarli.
  • ci sentiamo di aggiungere: preferire frutta e verdura biologiche perché la loro produzione tutela la qualità del suolo che può così continuare la sua opera di sequestro di carbonio!

Per avere dei suggerimenti concreti nel cammino verso questo tipo di dieta è possibile registrarsi ad un nuovo social network chiamato Climates…. noi ci siamo già!