La natura vincente. Cosa si nasconde dentro alla frutta ammaccata.

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Autore: Rossana Rossoni, socia fondatrice di Resilienza Verde

Nel suo bell’articolo Beneath An Ugly Outside, Marred Fruit May Pack More Nutrition, Jill Neimark ci spiega come la frutta non trattata, con segni di imperfezione, contenga sostanze utili al nostro organismo in misura maggiore rispetto alla frutta trattata e di bell’aspetto.

A conferma di ciò, sono riportati alcuni studi scientifici nei quali è stato dimostrato, per esempio, che le mele imperfette da agricoltura biologica contengono dal 2 al 5% di zucchero in più rispetto alle mele perfette della stessa pianta ed un contenuto maggiore di anti-ossidanti. Quanto dimostrato per le mele è stato confermato anche per la frutta e le verdure in genere.

Nel 2014 una revisione della letteratura internazionale, condotta su 343 studi, ha evidenziato che i prodotti da agricoltura biologica presentano un basso residuo di pesticidi e un 20-40% in più di agenti anti-ossidanti rispetto ai prodotti convenzionali.

Questi agenti anti-ossidanti (flavonoidi, acidi fenolici, antocianine e carotenoidi) sono prodotti dalle piante come meccanismo di difesa contro i parassiti; una difesa naturale, quindi, che ci viene poi regalata quando mangiamo quella frutta e quella verdura.

E’ come se, non aiutata dai pesticidi, la frutta e la verdura dovessero difendersi da sole con la produzione di sostanze “fortificanti”, le quali sono in grado di attivare nelle nostre cellule molecole (conosciute come Nrf2), capaci di stimolare l’attività di oltre 500 geni, molti dei quali presentano funzione protettiva per le cellule.

Lo stesso concetto vale anche per un altro importante anti-ossidante, il resveratrolo, che è stato trovato in elevata misura nelle foglie di vite quando esposte ad infezioni fungine o a stress da luce ultravioletta.

Il messaggio da portare a casa quindi è quello che suggerisce Brian Ward, biologo dell’ambiente della Università di Clemson: “ Nonostante ci siano molti altri fattori che contribuiscono al contenuto di anti-ossidanti nei vegetali, i dati che abbiamo a disposizione dimostrano che quando le piante sono attaccate da insetti o malattie, producono sostanze atte a proteggerle che sono utili anche a noi.

Quindi, quando scegliamo prodotti biologici, dobbiamo pensare che sotto le imperfezioni di quella frutta e di quella verdura si nasconde una natura vincente, che ce l’ha fatta a sopravvivere e che porta in se quel dono anche a chi se ne nutre.

 

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Biodiversità vs Monocultura

Oggi vi vogliamo raccontare di un progetto che seguiamo con passione da anni.
Si chiama Lexicon of Sustainability (il Lessico della Sostenibilità) e nasce, nel 2009, dal talento del fotografo Douglas Gayeton e della moglie, l’imprenditrice Laura Howard-Gayeton. Insieme hanno voluto dare voce e un volto (o meglio mille volti) alla sostenibilità nel sistema alimentare.

Alla base del loro lavoro c’è una semplice premessa: non possiamo aspettarci di vivere sostenibilmente se non conosciamo i termini più basici e i principi che definiscono la sostenibilità.

Le parole sono come mattoni per costruire nuove idee e hanno il potere di innescare il cambiamento e di trasformare la società. Se definiamo le parole importanti per un sistema alimentare sostenibile, lo aiutiamo a crescere e a consolidarsi.

Hanno così girato gli Stati Uniti per incontrare le persone che in qualche modo hanno definito con la loro vita e la loro visione la maggior parte di questi termini innovativi.

Da questo loro viaggio è nata una piattaforma on line, da cui si può accedere sia ai brevi documentari che alle foto, mezzi complementari per porre le parole al centro.

Qui la traduzione del testo che compare sulla fotografia.

BIODIVERSITA’ vs MONOCOLTURA

Biodiversità significa erbe + alberi + colture + terreno = una rete alimentare integrata in cui il biota si auto regola (non sono necessari pesticidi).

La monocultura prevede una singola coltivazione su un campo immenso aumentando il rischio di funghi, di malattie e predatori specializzati che l’agricoltura convenzionale combatte con pesticidi, erbicidi e fungicidi.

Rick Knoll produce solo frutta e verdura biologica nella sua fattoria. Nel campo di fianco al suo, nulla cresce a meno che il vicino di Rick non lo decida. Gli agricoltori convenzionali chiamano i metodi biologici di Rick “agricoltura sporca” ( loro sono “puliti”).

Ogni inverno i loro campi rimangono inattivi per mesi. Poiché non vengono piantate colture di copertura (un processo che restituisce nutrienti al suolo e ne aumenta la fertilità), il suolo resta esposto agli elementi atmosferici. L’erosione del vento porterà via il prezioso strato superficiale del terreno, e facendo questo rilascerà carbonio nell’atmosfera.

 

Clima, biodiversità e terre. Cicli virtuosi per l’agenda

originariamente pubblicato su agienergia.it

di Grammenos Mastrojeni (DGCS Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale)

 

Terra e Biodiversità
L’energia sarà al centro della prossima CoP 21 sul clima, a Parigi. Sostituire le fonti fossili con rinnovabili, aumentare l’efficienza nella produzione e negli usi dell’energia, diminuire i sussidi ai combustibili tradizionali, sono questioni cruciali. Ma potrà il solo settore energetico sobbarcarsi tutta l’enorme sfida del riscaldamento globale?
Non è né saggio né necessario addossare a un unico comparto l’intero peso della trasformazione. Invece, la somma di crescenti ma moderati risparmi di emissioni conseguibili in ogni settore che produce gas serra ci porta su un cammino più sicuro, che non crea shock a un unico settore responsabilizzato, e non impone rivoluzioni traumatiche a nessuna filiera. Fra i possibili percorsi paralleli per ridurre le emissioni, una buona gestione delle terre e il recupero dei suoli degradati appaiono straordinariamente promettenti.
Allo stato attuale, gli impegni volontari di riduzione delle emissioni assunti dagli Stati non sembrano sufficienti a evitare di oltrepassare la soglia di un aumento medio globale della temperatura non superiore a 2 gradi centigradi: e si tratta di una soglia cruciale, poiché al di là si scatenerebbero con forza dei cicli cumulativi, insiti al sistema biofisico terrestre, che porteranno in tempi molto brevi a un riscaldamento planetario drammatico, compreso fra i 4 e i 6 gradi. Ad esempio, oltre i 2 gradi prenderebbe velocità il ciclo dello scioglimento del Permafrost che libera metano, un gas che ha un potenziale di intrappolare calore fino a 25 volte superiore rispetto all’anidride carbonica. Questo ciclo cumulativo – più si scalda l’aria, più si scioglie il permafrost, più si libera metano, più si riscalda l’aria e via dicendo – potrebbe da solo far aumentare la temperatura fino a 8 gradi nella regione artica, e di 3,5 gradi come media globale entro pochi decenni: uno scenario che sconvolgerebbe l’ecosistema e destabilizzerebbe le società.Il divario fra la riduzione delle emissioni necessaria per non oltrepassare la soglia dei 2 gradi e le riduzioni a cui finora gli Stati si sono impegnati si chiama, in gergo, “emission gap”. Allo stato attuale è un gap preoccupante: le emissioni previste per il 2030 sono di circa 60 giga-tonnellate equivalenti di CO2, che dovremmo ridurre a 42 giga-tonnellate per non scavalcare i 2 gradi, mentre gli impegni volontari finora annunciati dai vari paesi lasciano presagire che diminuiranno di sole 5 giga-tonnellate. Resta quindi da definire come tagliare le emissioni di circa 13 giga-tonnellate, e tutti i settori produttivi dovranno concorrere a colmare questo minaccioso divario.
Un elemento chiave dell’equazione sono le terre: uno sfruttamento dei suoli non sempre oculato li porta a rappresentare una causa rilevante di emissioni – circa il 25% del totale – e ciò è paradossale poiché terreni vitali dovrebbero invece rappresentare il meccanismo più naturale di assorbimento del carbonio dall’atmosfera. Questa loro funzione primordiale può tuttavia essere riattivata su vasta scala, con un rapporto costi-benefici sorprendentemente favorevole, e con dei vantaggi collaterali straordinari. Di questo si è accorta la comunità internazionale che ha incorporato l’obbiettivo di azzerare il degrado delle terre nella nuova agenda per lo sviluppo valida fino al 2030.
Una strategia di lotta al cambiamento climatico basata anche sulle terre ha due volti: in prima battuta, si tratta di impedire che ne prosegua il degrado, che le trasforma da pozzo di carbonio a fonte di emissioni. Ma si possono fin da subito anche recuperare le vaste distese di suoli agonizzanti, e riarruolarli nella battaglia del clima.
La terra brulica di vita. Se si sterilizza un suolo, o se ne muta l’equilibrio biochimico, esso degenera o letteralmente muore portandosi dietro il proprio contributo all’ecosistema, compresa la capacità di immagazzinare carbonio nei diversi strati di vita che un terreno sano ospita. Questa morte totale o parziale può manifestarsi macroscopicamente in varie maniere, dalla desertificazione alla salinizzazione, dall’erosione fino alla polverizzazione. Terre morte o moribonde non producono, né per noi né per l’ecosistema, ma non si tratta solo della perdita di terreni fertili e della loro capacità di assorbire CO2. Il degrado dei suoli li rende generalmente meno solidi e resistenti, portandoli a volare via col vento o a scorrere via con le piogge, a intasare i letti e i delta dei fiumi, e a mostrarsi meno atti a trattenere l’acqua, cosa che ha contribuito alle devastanti alluvioni in rapido aumento in molte aree del pianeta.

E’ da quando il nostro approccio al terreno è divenuto industriale che dove l’uomo tocca la terra tende a ucciderla. Ciò dipende da una miriade di pratiche sbrigative rispetto al fattore vita, diffusesi in agricoltura e pastorizia, edilizia e urbanizzazione, industria e turismo, generazione dell’energia e tanto altro.

Il risultato è stato che negli ultimi 150 anni più della metà delle terre emerse ha subito un’alterazione della sua vitalità spontanea e che i residui morti di tutto ciò – terre che sono divenute per una ragione o per l’altra sterili – crescono costantemente. Il degrado dei suoli già oggi comporta la perdita di circa 12 milioni di ettari all’anno, la superficie della Bulgaria, e incide sulle vite di più di un miliardo e mezzo di persone in 168 paesi, soprattutto in via di sviluppo. In questi ultimi, il degrado delle terre priva le popolazioni rurali di sicurezza alimentare e le sospinge a migrare o, peggio, all’illegalità, al fanatismo, al conflitto e al terrorismo. Nelle regioni più povere, in altri termini, il degrado delle terre crea dei veri e propri hot spot di instabilità globale.Per il vicino futuro, inoltre, le spinte a degradare le terre si presentano in ulteriore e vorticosa accelerazione:  in cifre, dar da mangiare a una popolazione mondiale che si avvia ai nove miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 richiede un aumento della produzione di cibo del 70%, che comporta un ulteriore fabbisogno di energia del 37% e il 55% in più d’acqua consumata.
Se non modifichiamo il nostro rapporto con le terre, ciò significa sfruttare, esaurire e poi abbandonare alla morte i pochi spazi di natura vergine che ci rimangono: questa dinamica deve essere fermata perché crea contemporaneamente emissioni di CO2 ma anche crescente povertà, insicurezza e fragilità sociale.
Si prospetta quindi uno scenario gravido di problemi, ma la buona notizia è che i rimedi ci sono e i benefici sono di portata speculare: le terre già in uso si possono mantenere produttive con pratiche che non le degradano; inoltre, invece di aggredire sempre più ecosistemi intatti per sostenere la crescita, ci sono ampie distese degradate recuperabili a basso costo, cui restituire la capacità di assorbire carbonio assieme a quella di fornire una prospettiva e una speranza alle popolazioni più povere. Ed è infatti presso di esse che i “land based approach” al cambiamento climatico dispiegano i vantaggi maggiori.
Recuperare un ettaro di terreno degradato ha costi molto variabili, dalle poche decine di dollari dei terreni semiaridi e semidegradati nelle condizioni più favorevoli, alle decine di migliaia necessarie per restaurare, ad esempio, i biomi costali complessi. Tuttavia, la maggior parte dei terreni ove si sta materializzando il nesso degrado – instabilità sono recuperabili a un costo non superiore ai 250 U$ all’ettaro e questi suoli sono per lo più localizzati nelle aree di provenienza delle crescenti ondate migratorie che investono l’Europa, specialmente nel Sahel. Il loro recupero li trasforma in pozzi di carbonio la cui efficienza non è minore rispetto a quanto è conseguibile con le energie rinnovabili. Ciò già giustificherebbe l’investimento; ma l’aspetto più straordinario è che il recupero dei terreni mette in moto una serie di sinergie di fondamentale importanza.

Il recupero o la tutela dei terreni – specie se consegnati alla piccola agricoltura familiare – comporta:

  • la creazione di pozzi di carbonio,
  • la tutela della biodiversità,
  • il consolidamento comunitario,
  • la creazione di un surplus agricolo da reinvestire nel manifatturiero,
  • empowerment locale, familiare e femminile,
  • l’ancoraggio alle comunità d’origine e un freno alle spinte migratorie,
  • un freno al land grabbing grazie alla riappropriazione delle terre ridivenute produttive,
  • stili di vita e dimensioni di dignità umana che disinnescano i fanatismi
  • nobilitazione, trasmissione generazionale, e spinta all’ammodernamento dei saperi tradizionali e identitari.

Tutti questi vantaggi non sono solo collaterali rispetto al ripristino di potenti pozzi di carbonio naturali – un inatteso regalo in più – ma valgono anche come ulteriori strumenti per combattere i cambiamenti climatici. Difatti, rivitalizzare le terre consolida le prospettive delle comunità rurali, e di intere nazioni, e le sottrae così alla dinamica distruttiva della povertà, dell’insicurezza e dei conflitti: quella che le renderebbe invece strutturalmente incapaci di occuparsi del loro ambiente o, nei casi peggiori, inclini a distruggerlo ancora di più.  Siamo figli della terra e con essa abbiamo un rapporto molto più che produttivo, quasi di appartenenza reciproca. Ma tutelare e recuperare la vitalità delle terre significa anche mettere a frutto e indirizzare l’energia necessaria per farlo.

L’agricoltura biologica può sfamare il Mondo proteggendo la Terra

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Il nuovo studio di Reganold e Watcher dimostra come l’agricoltura biologica meglio bilanci le performance nelle quattro aree della sostenibilità: produzione (arancione), ambiente (blu), economia (rosso) e benessere sociale (verde).
Fonte: Union of Concerned Scientist

Dopo lo studio pubblicato sul numero di febbraio di Nature Plants, non vi potranno più dire che per sfamare 9 miliardi di persone è necessario continuare a rincorrere l’incremento delle rese, pura ossessione dell’agricoltura convenzionale.

In questo studio infatti John P. Reganold e  Jonathan M. Wachter hanno analizzato oltre quarant’anni di ricerche (basta vedere la lunghezza delle fonti per capire la portata del loro lavoro) comparando le prospettive di lungo termine dell’agricoltura biologica e convenzionale.

Centinaia di studi scientifici adesso dimostrano che l’agricoltura biologica può garantire rese sufficienti, essere remunerativa per i contadini, proteggere e migliorare l’ambiente ed essere più sicura per i lavoratori agricoli.

La novità di questo studio è che per la prima volta il confronto tra agricoltura convenzionale e biologica viene fatto sulla base dei quattro obiettivi della sostenibilità individuati dall’Accademia Nazionale delle Scienze: produttività, economia, ambiente e benessere sociale.

La questione delle rese

Gli scettici hanno da sempre sostenuto che l’agricoltura biologica sia inefficiente, avendo bisogno di più terra per garantire lo stesso ammontare di cibo. Ed è vero che l’agricoltura biologica produce rese minori addirittura fino ad un 20% in meno rispetto a quella convenzionale. Ma gli autori dimostrano che i vantaggi ambientali della prima compensano notevolmente le minori rese e che la continua ricerca e selezione di nuove sementi andrà a ridurre la differenza.

Spesso si dimentica inoltre che produciamo già abbastanza cibo per sfamare 7,4 miliardi di persone, il problema è l’accesso al cibo non la sua scarsità.

In alcuni casi infine, le rese biologiche possono essere addirittura maggiori di quelle convenzionali. Nei casi di gravi siccità, che tra l’altro si stima aumenteranno con i cambiamenti climatici in molte aree del mondo, le rese biologiche sono pari se non superiori a quelle convenzionali per la maggiore capacità del suolo trattato biologicamente di trattenere l’acqua.

Quello che la scienza ci dice è che l’agricoltura convenzionale ha sì garantito forniture crescenti di cibo, ma lo ha fatto a spese degli altri obiettivi di sviluppo, causando esternalità negative.

Benefici ambientali

L’agricoltura convenzionale produrrà pure più cibo, ma lo fa a spese dell’ambiente: perdita di biodiversità, degrado ambientale e gravi impatti sui servizi ecosistemici hanno da sempre accompagnato le tecniche convenzionali. Con l’agricoltura biologica, i costi ambientali tendono ad essere inferiore e i benefici maggiori.

Complessivamente, l’agricoltura biologica tende a immagazzinare più carbonio nel suolo,  migliorandone la qualità e riducendone l’erosione. Questo tipo di agricoltura riduce l’inquinamento del suolo e dell’acqua e diminuisce le emissioni di gas serra. Ed è più efficiente a livello energetico perché non si basa su fertilizzanti e pesticidi di sintesi.

L’agricoltura biologica è anche associata con una maggiore biodiversità di piante, animali, insetti e microbi così come diversità genetica. La biodiversità aumenta i servizi che la natura fornisce, come l’impollinazione, e aumenta la capacità del sistema agricolo di adattarsi a condizioni mutevoli.

Redditività

Nonostante rese minori, l’agricoltura biologica è più redditizia per i contadini perché i consumatori sono disposti a pagare di più. Prezzi più alti possono essere giustificati come un modo di compensare i contadini per i servizi ecosistemi offerti e per evitare danni ambientali e il costo di esternalizzazioni negative.

Benessere

Nonostante gli studi per valutare la giustizia sociale e la qualità di vita delle comunità agricole siano pochi, quelli a disposizione suggeriscono che sia l’agricoltura biologica che quella convenzionale presentano spazi di miglioramento. E’ pur vero che l’agricoltura biologica risulta al primo posto nel offrire posti di lavoro e ridurre l’esposizione dei braccianti ai pesticidi e a altri prodotti chimici. Molte certificazioni biologiche hanno anche obiettivi di benessere dei lavoratori agricoli così come del benessere animale.

Oltre il biologico

L’agricoltura biologica è in grado di offrire posti di lavoro, essere redditizia, portare benefici al suolo e all’ambiente e sostenere le interazioni sociali tra i contadini e i consumatori. Ma non sfameremo il mondo con un singolo metodo di agricoltura. Piuttosto quello di cui abbiamo bisogno è un mix di sistemi agricoli biologici e innovativi, come l’agroforestazione, l’agricoltura integrata, l’agricoltura conservativa, sistemi misto di pascolo e  e altri sistemi ancora da scoprire.

Un cambiamento necessario nelle politiche agricole

Con solo l 1% delle terre agricole globali destinato al biologico, l’agricoltura biologica può senz’altro contribuire in modo più rilevante a sfamare il Pianeta. Ma ci sono barriere che rendono difficile questa espansione è che includono politiche esistenti, alti costi delle certificazioni biologiche, mancanza di accesso al mercato del lavoro e della distribuzione, mancanza di infrastrutture per conservare e trasportare il cibo. I governi dovrebbero concentrarsi sulla creazione di politiche che possano aiutare lo sviluppo di sistemi agricoli sostenibili. In particolare le politiche agricole dovrebbero:

  • Offrire incentivi fiscali per i contadini che adottano misure conservative e scientificamente sostenibili, biologiche e pratiche integrate.
  • Espandere una assistenza tecnica che offra ai contadini le migliori informazioni su queste nuove pratiche.
  • Aumentare la ricerca pubblica per migliorare e ampliare l’agricoltura sostenibile moderna.

Per una copia dello studio è possibile inviare una mail a  John Reganold.